Rilke: le opere d'arte nascono dalla paura
TTL - Cl@assici
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Rainer Maria Rilke non è nato né su ordinazione né per ambizione del nostro tempo, ma per essere il suo contrappeso. Fino a sei anni fu vestito e trattato da bambina. Il suo vero nome era René. Fu un militare mancato, un falso aristocratico, un viaggiatore incantato, un seduttore, un malato, un bohémien, un eremita, un poeta e un mistico.
La vecchia Russia fu sempre incastonata nei muri portanti della sua vita. Scrisse: Alle grandi e misteriose garanzie su cui si regge la mia vita appartiene anche il fatto che la Russia è la mia patria. Con Lou Salomé sfilò reggendo la candela nelle processioni. Con lei incontrò il vecchio Tolstoj. Rainer Osipovic^ era un giovane magro, bianco in volto come una fanciulla, con una rada barba rossiccia e un bizzarro cappello di feltro.
Secondo Rilke le opere d'arte nascono dalla paura e sono fatte con la paura. Per questo devono essere così reali da sfumare nelle cose della natura e potersi opporre alla paura che le ha create. Secondo Rilke la morte è la maturazione della vita. L'arte? La gloria? L'importante, diceva, è sopravvivere. Rilke scrisse in anticipo il suo epitaffio: Rosa, oh pura contraddizione, gioia / di non essere il sonno di nessuno sotto tante / palpebre.
Rilke non amava Cristo, ma il Corano e l'Islam. Dalla mistica islamica estrasse gli angeli delle Elegie duinesi. Secondo Rilke il bello non è che il tremendo al suo inizio e ciascuno degli Angeli è tremendo. Secondo Rilke gli Angeli spesso non sanno se vanno tra i vivi o tra i morti. Secondo Rilke, anche se lo supplichiamo, l'Angelo non viene, perché mentre lo invochiamo lo stiamo anche respingendo. Scrisse Rilke: l'angelo delle Elegie non ha niente a che fare con l'angelo cristiano, piuttosto con le figure angeliche dell'Islam.
Rilke predilesse le icone bizantine e Cézanne. Amò Mosca, Pietroburgo, la steppa grande-russa, Berlino, la brughiera anseatica tra Amburgo e Brema, Parigi, Viareggio, la Danimarca, Capri, Lipsia, le oasi dell'Algeria, Karnak, il Cairo, il Nilo, Venezia, Duino, la Spagna, il lago Lemano. Detestò Praga. Lo inquietò Roma perché i suoi cieli non sono l'inizio di grandi distese ma una conclusione, un sipario, una fine. Fu amico di Stefan George, di Eleonora Duse, di Zweig, di Gide, di Hoffmannsthal, di Leonid e Boris Pasternak. Amò e odiò Auguste Rodin come un padre.
Da giovane, Rilke scrisse un Libro d'ore e un Libro della vita monacale e un Libro del pellegrinaggio e un Libro della povertà e della morte. Rilke era un solitario, un monaco, un povero di spirito, un pellegrino ossessionato dalla morte. Aspettare la gente, avere bisogno della gente, cercare la gente lo faceva affondare ancora di più nel buio della melancolia. Per Rilke incontrare la gente non era un'interruzione della solitudine ma un rimedio per non sentire i Nebengeräusche des Krankhaften, i rumori collaterali della patologia. Fu sul punto di farsi psicanalizzare da Freud. Non lo fece per non guarire dalla poesia.
Gli piacquero l'Iperione di Hölderlin, il Cimitero marino di Valéry, i culti sepolcrali del paganesimo antico, che come lui riconoscevano un unico aldiquà esteso anche al regno dei morti. Sii sempre morto in Euridice, scrisse. Nei Sonetti a Orfeo Rilke invocò e festeggiò il dolore e la morte. Il 29 dicembre del 1926 morì di leucemia. Marina Cvetaeva era certa che sarebbe rimasto sulla terra ancora tre giorni e gli augurò un bel paesaggio celeste nell'anno nuovo.
IL LIBRO
R.M. Rilke, I sonetti a Orfeo, introd. di M. Longo, pref., trad. e note di R.S. Virgillito, Garzanti, 159 pp., £ 16.000